Kiki in fascia! (1° parte)

Abbiamo intervistato Sara Peirano, che insegna ai genitori
come portare in fascia i propri bambini evitando il passeggino.

Per ora (perché la regola del “non dire gatto finché non l’hai nel sacco”
è sempre valida) noi siamo riusciti a evitare completamente
qualsiasi attrezzo di plastica con le ruote.

Grazie a Sara che un pomeriggio ha avuto la pazienza d’insegnarci
e che continua a rispondere alle nostre domande via whatsapp,
forse ce la faremo a tenere lontana Kiki da quei
Suv per neonati, carichi di borse, borsette.
Brutti, ingombranti, poco sostenibili!

Parlaci un po’ di te, di quello che fai,
e del perché ti sei avvicinata alla Scuola del Portare?

Mi chiamo Sara Peirano. Ho due bambine, Ludovica di 6 anni e Caterina
di 3 anni e mezzo. Quando ho scoperto di essere in attesa di Ludovica, nel 2012,
stavo frequentando il mio ennesimo corso di formazione rivolto a insegnanti
di yoga. Quel corso era rivolto proprio al lavoro con donne in attesa.
Qui ho conosciuto ostetriche ed altre figure professionali che hanno fatto
nascere in me idee completamente nuove rispetto alla maternità.
Nella vita sono, ed ero già allora, insegnante di scuola primaria,
e avevo lavorato anche con disabili. Avevo sposato l’idea di approcci educativi
più morbidi, volti all’accoglienza delle persone (bambini) che avevo di fronte,
complice forse anche il mio stile di vita. Tuttavia, quella gravidanza è stata
illuminante… Tra le mie letture, Il concetto del continuum è stato forse
il testo che mi ha portata anche a compiere concretamente scelte mirate:
il parto a domicilio e la ricerca di una fascia rigida
per avere mia figlia sempre addosso.

Fin dall’arrivo di Ludovica, la vita da mamma si è mostrata anche faticosa,
ma fortunatamente l’ostetrica ha dato un concreto aiuto affinché mi sentissi
adeguata e contenuta, e la fascia ha fatto il resto: potevo cavarmela “nonostante”
una bambina che non dormiva per più di 10 minuti consecutivi.

Quindi tutto il discorso sul contatto, sulla vicinanza,
sull’importanza del contenimento, sulla discendenza dai primati,
che erano portatori attivi (ergo anche noi lo siamo), è passato un po’
in secondo piano in quel primo periodo. La fascia era molto pratica ed efficace.
Solo con il tempo mi sono accorta di quanto essa abbia anche sanato le mie “ferite”,
il mio bisogno di contenimento, il mio bisogno di sicurezza. È stato un dialogo a due,
un bisogno reciproco al quale un lungo tessuto, insieme al suo nodo, dava risposta
pian piano, attimo dopo attimo. Questo è stato per me il primo percorso.

È accaduto poi che l’ostetrica mi chiamasse per raccontare questa mia esperienza
di mamma canguro alle donne che frequentavano il corso preparto nel suo studio,
e così è nata in me l’idea di rendere più professionale, e arricchirmi di competenza.
Sono così approdata alla Scuola del Portare, dove ho avuto conferma delle mie
sensazioni, dell’adeguatezza del mio stile di maternage, ma dove mi sono anche
appropriata della tecnica per rispettare adeguatamente la fisiologia dei bambini.

La Scuola del Portare, arrivata insieme ad alcune formazioni profonde di yoga
e meditazione, mi ha insegnato inoltre l’accoglienza verso altri punti di vista,
verso le sfumature tanto variegate delle coppie che incontro, dovute ad una
mescolanza di esperienze infantili differenti, di incontri nella vita vari e di idee che
piano piano si sono radicate nelle loro menti. Ognuno di noi porta dentro le proprie
ferite, i propri bisogni infantili cui sono mancate risposte o viceversa sono state
accolte e tutto questo forma i genitori che oggi mi trovo davanti, passando
da chi come me ha scelto la fascia proprio per lo stile di accudimento
che promuove, a chi la utilizza solo come mezzo di trasporto.

Tra i due estremi mille varietà e sfumature, e quel che mi impegno a fare è accogliere
ogni coppia che incontro, partendo dal presupposto che la loro storia è diversa
dalla mia e da quella di chiunque altro… (prosegue domani!)

Mondovì

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