Kiki in fascia! (2° parte)

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Abbiamo intervistato Sara Peirano, che insegna ai genitori
come portare in fascia i propri bambini evitando il passeggino.

Per ora (perché la regola del “non dire gatto finché non l’hai nel sacco”
è sempre valida) noi siamo riusciti a evitare completamente
qualsiasi attrezzo di plastica con le ruote.

Grazie a Sara che un pomeriggio ha avuto la pazienza d’insegnarci
e che continua a rispondere alle nostre domande via whatsapp,
forse ce la faremo a tenere lontana Kiki da quei
Suv per neonati, carichi di borse, borsette.
Brutti, ingombranti, poco sostenibili!

Non condividendo l’uso del passeggino, vorremmo che raccontassi
a chi legge i motivi biologici, educativi, per cui sarebbe bene
evitarlo (o quantomeno riflettere se usarlo o no)

Premetto, come ho accennato sopra, che accolgo ogni idea genitoriale
perché di sicuro dietro a ogni scelta ci possono essere i più svariati motivi
e le più svariate vite. Non sono, quindi, la figura professionale che può,
né vuole demonizzare il passeggino o qualsiasi altro supporto,
semplicemente perché è entrato a far parte della nostra cultura,
e non tutti sono pronti a sradicare completamente questa “ideologia”.

Premetto anche che il passeggino può comunque avere la sua praticità
a seconda delle esigenze di mamma e bambino, soprattutto
quando i figli sono più di uno!

Fatte queste premesse, se guardiamo ai popoli del pianeta possiamo notare
che i bambini vengono portati addosso dai due terzi di essi. Soprattutto nelle
zone più a Sud del mondo, la vita si concentra ancora in piccoli centri abitati,
c’è una condivisione dei ruoli educativi, e le donne in attesa e subito dopo il parto
sono circondate da persone (congiunti, vicini, etc.). Finita la quarantena, queste donne
tornano nella società con il loro bambino addosso. Ci sono studi che rivelano come
questi bambini in fascia acquisiscano buonissime capacità motorie seppur ricevano
(all’apparenza) meno stimolazioni dirette rispetto ai nostri bambini. La spiegazione
si può trovare nel fatto che sperimentano, anche se indirettamente, le posizioni e i movimenti della mamma, dell’adulto che compie le sue attività quotidiane.
Cosa che non accade ai nostri neonati se lasciati per ore nelle carrozzine.

La seconda osservazione importante riguarda la sicurezza dei bambini e il loro
stato emotivo. I bambini portati addosso sembra piangano statisticamente meno.
Perché piangere dal momento che si è vicini alla propria madre e si può comunicare
con essa utilizzando altri canali? Ad ogni modo, vi sarà capitato di far caso a certi
dipinti raffiguranti donne italiane nella risaia, con i figli legati in lunghi grembiuli,
o raffigurazioni di Maria con Gesù legato in un prezioso pezzo di stoffa.

Quand’è che le cose sono cambiate? L’avvento della prima carrozzina può essere
stato uno dei motivi che ha portato a cambiare lo stile di accudimento. Dapprima
questi oggetti appartenevano alla nobiltà, poi si sono diffusi nella popolazione
che anelava all’apparente praticità dei beni di lusso. Anche il cambiamento
del ruolo della donna ha sicuramente inciso insieme a molti altri fattori.

Sicuramente carrozzina e passeggino hanno la loro utilità, ma è vero che ci abituano
a tenere più distanti i bambini, chiedendo loro autonomia quando biologicamente
sono impossibilitati ad averla. Siamo mammiferi e come tali, dopo aver vissuto
nove mesi a stretto contatto con la mamma, il cammino verso l’autonomia,
dopo la nascita, è lento e graduale. Di certo occorrono i 10 mesi di esogestazione
per acquisirla. Dopodiché esiste una diade mamma-bebè, e solo “unicamente”
quella, per cui le necessità di entrambi, e l’organizzazione di entrambi può
avere mille variabili differenti. La parola chiave che mi viene da suggerire,
anziché alto o basso contatto, è “ascolto”.

Ascolto della mamma, dei suoi bisogni, le sue ferite da curare, le sue necessità.
Insieme all’ascolto del bambino/a, delle sue necessità, dei suoi bisogni (anche
quando non si capiscono fino in fondo, anche quando sembra così assurdo
che ci si possa calmare stando semplicemente in braccio…), delle sue
richieste più o meno esplicite (non è necessario far piangere i bambini prima
di capire quel che vogliono chiedere, anche la semplice fame viene espressa
da molti segnali prima di trasformarsi in pianto, ossia richiesta
disperata del seno). (prosegue domani!)

In braccio a tua mamma

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