Kiki in fascia! (3° parte)

Abbiamo intervistato Sara Peirano, che insegna ai genitori
come portare in fascia i propri bambini evitando il passeggino.

Per ora (perché la regola del “non dire gatto finché non l’hai nel sacco”
è sempre valida) noi siamo riusciti a evitare completamente
qualsiasi attrezzo di plastica con le ruote.

Grazie a Sara che un pomeriggio ha avuto la pazienza d’insegnarci
e che continua a rispondere alle nostre domande via whatsapp,
forse ce la faremo a tenere lontana Kiki da quei
Suv per neonati, carichi di borse, borsette.
Brutti, ingombranti, poco sostenibili!

Parlaci di quant’è importante che i figli crescano a contatto
coi genitori (considerando che viviamo in una società che ogni
giorno studia una maniera nuova per far sì che i figli non pesino
sugli adulti, che si riesca ad essere genitori senza quasi accorgersi
di avere dei figli: babyparking, tecnologia, etc.)

Alla donna viene oggi chiesto di tornare a svolgere in fretta tutto ciò che
faceva prima di aver partorito suo/a figlio/a. Questo nella mamma desta
preoccupazione, ansia, e necessità di sapere di potercela fare.

Qui è facile che si insinuino idee del tipo “non tenerlo in braccio perché sennò
lo vizi”, oppure “se farai così poi chi lo terrà al posto tuo”, o ancora “devi abituarlo
sin da subito a stare nella propria cameretta”, “come farai quando riprenderai
a lavorare?” e così via. Tutti miti da sfatare!

Premesso che sarebbe bello poter dare più tempo alle donne prima di costringerle
a rientrare al lavoro (perché dovrebbero poter vivere l’esogestazione, che non
riguarda solo il bambino, ma la diade madre-bambino), sappiamo che i
neonati hanno insito il bisogno primario di sentirsi al sicuro,
di poter riconoscere l’ambiente in cui stanno e di potersi riconoscere,
dopo nove mesi passati a strettissimo contatto con l’ambiente mamma,
della quale conoscono la presenza costante. Conquistati da questa visione,
diventa comprensibile il perché il neonato si calma non appena si sente
in braccio alla mamma, non appena la mamma cammina e si muove
con lui addosso o in braccio (come faceva quando era nella pancia).

Quello di cui ha bisogno un neonato è sapere che è al sicuro, è sapere che esiste;
come scriveva Winnicott il neonato arriva all’indipendenza grazie ai primi stadi
in cui si trova in completa dipendenza dalla madre. Al neonato non occorre
una madre perfetta, ma una madre sufficientemente buona.

“La madre “sufficientemente buona” è quella madre che sa concedersi di “regredire”,
di diventare “piccola, piccola”, come il suo bambino, per meglio potersi sintonizzare
su di lui, sul suo mondo interno e sui suoi bisogni.

In questo senso, la mamma “sciocca” è la mamma che gioca con il suo bambino
godendo del gioco che lei fa con lui, e più questo atteggiamento è presente,
maggiormente ella è in empatia con suo figlio e lui in sintonia con lei.

Questa sensibilità materna va a nutrire lo sviluppo della mente dei bambini”

Winnicott, 1974.

Se così stanno le cose, tenere con sé, addosso il proprio bambino,
vorrà dire fargli sviluppare un attaccamento sano, non un vizio.
E un attaccamento sano sarà fonte di sicurezza in sé stesso,
nelle proprie capacità (anche nel saper chiedere ed esprimere i propri bisogni
in modo comprensibile), che si tradurrà via via in fiducia in sé stessi e dunque in
autonomia. Si acquisirà fiducia in un genitore che è presente, che risponde
positivamente quando si ha bisogno, una garanzia per potersi allontanare
in autonomia, sapendo che comunque non mancherà la protezione.

Anche se non è possibile essere esaustivi, sono queste le motivazioni psicologiche,
emotive al bisogno di “contatto” con i genitori, contatto che può tradursi anche
semplicemente in ascolto. (prosegue domani!)

Tua mamma

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