Kiki in fascia! (4° parte)

Abbiamo intervistato Sara Peirano, che insegna ai genitori
come portare in fascia i propri bambini evitando il passeggino.

Per ora (perché la regola del “non dire gatto finché non l’hai nel sacco”
è sempre valida) noi siamo riusciti a evitare completamente
qualsiasi attrezzo di plastica con le ruote.

Grazie a Sara che un pomeriggio ha avuto la pazienza d’insegnarci
e che continua a rispondere alle nostre domande via whatsapp,
forse ce la faremo a tenere lontana Kiki da quei
Suv per neonati, carichi di borse, borsette.
Brutti, ingombranti, poco sostenibili!

Raccontaci della stretta connessione che c’è tra bambini
e cuccioli di mammifero, tra infanzia umana e infanzia animale,
tra esigenze umane e animali di accudimento e di come
il portare in fascia si inserisce in questo discorso.

Se torniamo alla storia evolutiva dell’uomo ritroviamo la nascita
del “portare”, del “portare addosso i cuccioli”, anzitutto per necessità.
Dietro la necessità, poi, c’era tutto quello che poco fa ci siamo detti.

L’uomo doveva procacciarsi il cibo durante il giorno e trovare un riparo
sicuro in cui passare la notte. La femmina che aveva con sé dei cuccioli
non poteva permettersi di lasciarli incustoditi neppure per poco
tempo, senza il rischio che ad essi potesse accadere qualcosa.

I cuccioli allora venivano portati addosso. Si ipotizza che in origine si
aggrappassero al pelo della mamma sul davanti e/o sul fianco, più grandi
poi sulla schiena, grazie a riflessi primitivi e struttura corporea
che ancora oggi ci portiamo dietro senza accorgercene.

Il riflesso palmare, ad esempio, attiva una chiusura stretta delle dita
attorno a qualsiasi oggetto sfiori il palmo del bambino, la presa è salda
e mantenuta a lungo, probabilmente perché in origine era utile
a rimanere aggrappati al pelo della mamma.

Inoltre, la posizione divaricata seduta delle gambe. Anche quando
i neonati vengono sollevati prendendoli in braccio mantengono le gambe
raccolte al petto, con le ginocchia ben divaricate. Questa posizione è
comoda per agganciare le gambe proprio sul fianco della mamma.

Queste particolarità fanno presumere che lo stile di accudimento
prevedesse una continua vicinanza del cucciolo con la mamma
per sopravvivere. La vicinanza permette ai cuccioli
di apprendere le regole sociali del contesto in cui vivono,
e di adattarsi ai ritmi della vita della mamma: non a caso l’allattamento
era più concentrato nelle ore notturne quando gli adulti erano sistemati
al riparo dai pericoli. Il nostro cervello ha mantenuto in memoria
tutto questo vissuto, ecco perché ancora oggi la prolattina
lavora maggiormente durante la notte.

Qualsiasi mammifero resta in stretto contatto con i suoi cuccioli
per giorni, settimane, mesi, anni (nel caso dell’uomo) fino a che
questi non sono in grado di potersi muovere, di poter resistere
più a lungo senza cibo.

Possiamo paragonare le settimane durante le quali la gatta
non si sposta quasi mai dal posto in cui ha dato alla luce i piccoli,
dove offre continuamente loro la mammella, alla nostra
quarantena, che purtroppo viene spesso tralasciata.

È questo un periodo prezioso, in cui mamma e bambino si dovrebbero
annusare, in cui la mamma dovrebbe potersi occupare solo di riposare,
conoscere il bambino ed adattarsi ai suoi ritmi, donandogli la sicurezza
della propria continua presenza, e la possibilità di adattarsi pian piano
agli spazi “vuoti” che il mondo regala rispetto alla pienezza dell’utero.

In questa fase non sarebbe nemmeno così necessario avere una fascia,
poiché è la lentezza a farla da padrona. Dopo la quarantena ecco
che piano piano il bambino si appresta ad uscire lentamente
dal bozzolo, i ritmi iniziano a definirsi, la conoscenza
in famiglia è compiuta. Ecco che allora pian piano la mamma
può iniziare a modulare la danza dei propri bisogni su quella dei
bisogni del bambino, dando ad essi sempre e comunque la priorità.

Io dico sempre che si porta con la fascia, con un pezzo di stoffa,
se lo si desidera, per praticità o per coccola, per amore o per necessità,
e per tutte queste cose messe insieme. Ma la stoffa resta un mezzo
più o meno prezioso; il vero portare inizia sempre con il cuore.
Conosco mamme che seppur della stoffa non si siano mai interessate,
e non abbiano mai legato i propri figli, li hanno portati davvero, sul
cuore e con le braccia, i primi mezzi che la natura ci ha donato.

Sara Peirano

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